In questi giorni non si parla d’altro: la sconfitta della solidarietà.
Quello che mi fa inc… va beh arrabbiare parecchio di questa vicenda è la sensazione di sfiducia che immancabilmente ha fatto ricadere sulle persone. Questo è a mio avviso il reato più grave di tutta questa vicenda, la cosa per cui condannerei azienda e influencer: aver inoculato nelle persone il dubbio ogni volta che si troveranno di fronte a un’iniziativa benefica in cui verrà fatta la promessa di devolvere una parte degli incassi a una qualsiasi onlus.
E di certo non può farmi piacere pensare che se le persone colpite dalla sfiducia saranno milioni, la Ferragni abbia perso solamente 100 mila follower, come se rendersi conto di aver dato credito a qualcuno che in fondo non lo meritava così tanto, sia più difficile da ammettere che togliergli il
“segui”.
Oppure vedere che la tuta usata per il video di scuse abbia fatto il tutto esaurito in poche ore o che il dolce incriminato venduto a cifre assurde sul web.
Sono tutte cose che, in una classica discussione da bar nessuno ammetterebbe.
Troverete tutte persone pronte a dichiararsi inorridite per quanto accaduto e tra i soggetti coinvolti in una discussione non ci sarà mai un follower dichiarato della Ferragni o qualcuno che non si mostri sbalordito dai meccanismi commerciali innescati da questa vicenda.
Ma si sa, noi italiani siamo già abituati a dichiarare di “non aver mai votato nessuno”, figuratevi se è il caso di fare un’ammissione per cose del genere.
Ma la cosa ancora più assurda è che si è arrivati a tutto questo nonostante fare campagne di solidarietà sia molto semplice.
Si può dichiarare un contributo per ogni pezzo e a quel punto i numeri di pezzi venduti comporranno la cifra da beneficiare. Lo si può fare anche dando un contributo in anticipo alla Onlus, ma badate bene: solo come dichiarazione di “minimo importo”. Ovvero si garantisce che, indipendentemente dalle vendite il minimo garantito è una cifra dichiarata, poi però, se le vendite andranno bene, bisogna ricordarsi di fare un bonifico aggiuntivo.
Avendo fatto molte campagne di solidarietà come agenzia, ovviamente tutte “senza compenso”, posso solo sperare, visto che nessuno ha parlato di questo particolare, che almeno l’agenzia che ha realizzato packaging e campagna di comunicazione sia stata pagata e non sia l’unica ad esser stata abbindolata con la storia della solidarietà.
Da grande appassionato di Giorgio Gaber, devo dire che mi manca terribilmente il suo punto di vista su una questione del genere, soprattutto perché, con la sua pungente ironia, in fondo l’avrebbe resa più “digeribile”.
E vero che in questo modo viene fuori tutta la mia essenza boomer, ma qualcuno mi perdonerà se, di fronte a un caso del genere la mia mente deve purtroppo fare i conti col pensiero di chi è stato un pubblicitario ai tempi in cui si ragionava della percentuale di gradimento indicata per un colosso del cinema come Nino Manfredi e ora si ritrova con i danni prodotti semplicemente dai milioni di follower della Ferragni.
Ma spero solo che per tanti “boomer” non significhi dover cancellare la storia.


