Certo, in un’era in cui siamo bombardati da decine di trasmissioni di cucina, in cui ci insegnano che anche una tazza di latte ai nostri figli dovrebbe essere presentata al mattino giocando con le forme geometriche dei biscotti, è facile che si preferisca leggere in un menù una descrizione del genere: “sottili cilindretti di grano trafilati al bronzo in salsa di Corbarino, insaporita dal Cucunci di Salina e dagli effluvi delle acciughe del Cantabrico aromatizzate all’aglio nero di Caraglio e arricchite dall’aroma delle olive di Gaeta DOP”, piuttosto che vedere un semplice “spaghetti alla puttanesca”, però dobbiamo distinguere cosa, di tale maestria, finirà sul conto.

Il lavoro dello chef, come tutti i lavori creativi richiede impegno e passione, quindi è giusto che tanta fatica possa essere esaltata anche nella comunicazione finale al cliente con una descrizione ricca e approfondita del piatto e dei suoi ingredienti, anche nella realizzazione di un piatto semplice o tradizionale.

Ed è giusto che la ricerca degli ingredienti migliori, i tentativi di miscelare i sapori per rendere uniche le ricette di ogni ristorante vada a incidere nel costo di ogni piatto.

Sei uno chef rinomato? Allora puoi permetterti di esprimere in euro il valore aggiunto che dai ai tuoi piatti, quindi se un piatto di “spaghetti alla puttanesca” posso pagarlo dai 12 ai 20 euro, in una normale trattoria, da te potrebbe costarmi anche il doppio, se non di più.

Ci hai messo del tuo, ti sei impegnato, sono anni che ti scervelli per migliorare ogni dettaglio ed è giusto che il pubblico lo riconosca.

Fin qui nulla da eccepire.

Quello che trovo oltremodo assurdo è arrivare alla lista dei vini.

Perché un normale vino che costa in media 25 euro in un ristorante qualsiasi, nel tuo deve costarmi quasi il doppio o forse più?

Va bene, capisco, sono nel ristorante rinomato e devo pagare un po’ di più il pegno di bere una bottiglia seduto in questi tavoli, ma giusto un po’ però.

Non credo che solo toccando la bottiglia, tutto quel sapere e quell’esperienza possa trasmettersi anche al sapore del vino, soprattutto al giorno d’oggi quando, inquadrando una semplice etichetta, siamo in grado di scoprire immediatamente il valore medio di vendita al pubblico.

Per noi che facciamo comunicazione sarebbe come pensare che la stampa di una brochure, che dal nostro stampatore costa 1 euro cadauna, se richiesta a una grossa agenzia facente parte di una grande multinazionale, possa arrivare a costare il doppio o il triplo nonostante venga realizzata dallo stesso fornitore. La creatività può avere un costo differente, ma la stampa realizzata da altri, no!

Credo che in questo modo si rischi di perdere credibilità e di togliere quel giusto peso e quel giusto valore che deve avere l’esperienza in ogni professione.

In fondo un professionista la firma può metterla solo sulla sua produzione e non credo si acquisterebbe volentieri un quadro di scarso valore, pagandolo molto più caro solo perché acquistato nella galleria di un pittore famoso.