Qualche giorno fa, approfittando della “leggerezza lavorativa” del periodo natalizio, mi sono imbattuto nella classifica dei vincenti del premio l’Italia che Comunica 2023.
Ho guardato i video più di una volta. Bellissimi lavori, nulla da eccepire, solo che più li guardavo, più mi accorgevo che quei video erano la ragione per cui, anni prima per “combattere” quel tipo di competizione, avevo ideato il premio.
Il premio nato nella sua prima edizione del 2012 come “I Magnifici Unicom”, e diventato “Italia che Comunica” l’anno successivo grazie alla collaborazione con Beppe Incarbona (un collega, ma che dico… un amico, ma che dico… un fratello) voleva essere un premio diverso, pensato per creare un momento di aggregazione e per attribuire riconoscimenti alle agenzie dell’Associazione, indipendentemente dalla loro grandezza, dall’importanza dei budget di grandi clienti, con categorie completamente diverse da quelle che venivano utilizzate nei premi di comunicazione presenti in quel momento.
Infatti la prima e più importante categoria era il premio “partnership”, ideato per favorire la collaborazione e la “rete” tra le agenzie dell’Associazione. Pensate, un premio che poteva essere vinto da due o più agenzie che avevano lavorato insieme alla luce del sole e senza subappalti nascosti di nessun tipo.
Questa categoria è stata cancellata diversi anni fa e non è più stata presa in considerazione nemmeno come premio speciale.
La seconda era il premio “start-up” che premiava le aziende che per la prima volta si affidavano a un’agenzia per la loro comunicazione. Ovviamente spesso si trattava di piccoli lavori, ma era un “incentivo” per quei brand, spesso molto piccoli, che decidevano di non produrre più la loro comunicazione “in casa”, ma si affidavano a qualche professionista del settore. Anche questo premio col tempo è sparito, sostituito forse dal “piccoli budget”, che non è proprio la stessa cosa.
Un’altra categoria assolutamente unica, nel panorama dei premi di comunicazione era l’Auto-promozione”, un riconoscimento alle agenzie che investivano anche per promuovere la loro insegna che, oltre a mettere in grande rilievo la creatività necessaria per fare comunicazione su sé stessi, spesso era fonte d’ispirazione per le altre agenzie dell’Associazione che, nell’anno successivo, decidevano di fare nuove campagne di auto-promozione.
Di tutto questo non esiste più nulla e ora, lo può vedere chiunque, le categorie sono clamorosamente standard e assimilabili a qualsiasi premio di comunicazione:
- L’ITALIA CHE COMUNICA B2B
- L’ITALIA CHE COMUNICA CON GLI EVENTI
- L’ITALIA CHE COMUNICA CON I FILM
- L’ITALIA CHE COMUNICA CON I PICCOLI BUDGET
- L’ITALIA CHE COMUNICA CON I SOCIAL MEDIA E CONTENT CREATOR
- L’ITALIA CHE COMUNICA CON IL BRANDED ENTERTAINMENT
- L’ITALIA CHE COMUNICA CON IL DESIGN
- L’ITALIA CHE COMUNICA CON IL NO PROFIT
- L’ITALIA CHE COMUNICA CON L’INNOVAZIONE
- L’ITALIA CHE COMUNICA CON LA COMUNICAZIONE INTEGRATA
- L’ITALIA CHE COMUNICA CON LE PROMOZIONI
- L’ITALIA CHE COMUNICA CON OOH
- L’ITALIA CHE COMUNICA CON RADIO E PODCAST
- L’ITALIA CHE COMUNICA L’ITALIA
- L’ITALIA CHE COMUNICA VALORI
Del vecchio progetto si è salvato solo l’Italia che Comunica l’Italia, premio nato in occasione dei 150 anni della Repubblica che premiava la miglior campagna/iniziativa con al centro l’Italia o il Made in Italy.
Oltre alle categorie, anche la formula di partecipazione era abbastanza innovativa.
Se voleva essere un premio “diverso” doveva essere riservato alle agenzie associate ed essere low budget per evitare la massiccia partecipazione solo di chi aveva più “possibilità” a livello economico.
Così si era deciso di far concorrere un primo lavoro gratuitamente e gli ulteriori con 50 euro.
Inoltre la formula del voto della giuria era fatta senza discussione (per evitare qualsiasi forma di influenza) e con la proclamazione immediata del vincitore (perché si togliesse qualsiasi dubbio sull’assegnazione “dietro le quinte”).
Ora, facendo i complimenti all’eccellente lavoro fatto da Salvo Ferrara (anche lui un carissimo amico e che conosce questo mio punto di vista perché è il primo a cui l’ho raccontato), che ha avuto la responsabilità di prendersi sulle spalle la gestione del premio trasformandolo addirittura in una competizione con respiro “internazionale”, aperto ad agenzie associate UNA (ma anche a non associate), il problema è proprio trovarmi di fronte a una “grande competizione” (sicuramente uno dei premi più ambiti tra quelli sulla comunicazione) che mi fa vedere come snaturato il progetto iniziale.
Anche la location per la serata di premiazione finale, che rimase per le edizioni gestite da me e Beppe fino al 2015: l’Area Zelig di Milano, era stata scelta per la sua particolare atmosfera e perché serviva un posto dove divertirsi a stare insieme e provar piacere a vedere la carrellata di lavori prodotti dalle agenzie dell’Associazione.
Non a caso e in linea con questo spirito, la presentazione dell’evento era affidata a Federico Basso, Davide Paniate, Gianni Cinelli e Alessandro Betti che avevano il compito di “scherzare” con tutta la platea per sottolineare il clima amichevole della serata.
Se avete voglia di vedere un esempio guardate a questo link (https://www.youtube.com/watch?v=F0nHZnWmPHo) un filmato in cui veniva coinvolta simpaticamente la Presidente Unicom Donatella Consolandi in un momento di improvvisazione con gli artisti di Teatribù.
Ora e tutto più “ufficiale”, ma nell’ufficialità mi appare tutto meno sentito, tutto proprio come quei tanti premi a cui volevamo andare contro con il nostro progetto.
È un po’ come pensare a quelle aziende che fanno un prodotto artigianale con la cura e l’attenzione date da passione e amore per la tradizione, che di colpo si trovano, per far fronte a una forte espansione magari all’interno della GDO, a dover produrre in modo industriale, dovendo rinunciare a quelle linee artigiane che le avevano contraddistinte fino a quel momento.
Chissà se un giorno qualcuno riprenderà quell’idea “artigianale”, a mio avviso, nel mondo della comunicazione ce ne sarebbe ancora bisogno, altrimenti posso solo sperare che tra i tanti cambiamenti prima o poi inseriscano la categoria: l’Italia che Comunica con Nostalgia.


